Pur non considerando la coerenza una virtù molto saggia, il colonnello Lawrence si guardò bene dal non applicarla al proprio culto della privazione.
A volte pensava che, se un dio ha creato i piaceri, è perché gli uomini li provino. Ma pur sapendo che il rigorismo è, come altre banalità protestanti, un’idiozia, ormai era tardi, perché si liberasse dalle cretinate con cui era cresciuto, e cominciasse a provarli; trovò perciò coerente continuare una vita senza piacere laddove non si trova nulla. Tornò nel deserto.
Il suo corpo era ormai un deserto, non ci poteva crescere nulla. Nessuna sensazione. Sin da bambino era stato zittito, al punto che le sue corde vocali erano rimaste atrofizzate: non riusciva a gridare – la sua voce era bassa, nasale, spesso gracchiante. Non sapeva se fosse una brutta voce, credeva lo fosse, dato che lo si zittiva spesso. Così con altri sensi. Non sapeva distinguere fra cibo buono e cattivo: da sempre lo aveva trangugiato per sostentamento, senza badare al sapore. Non aveva la minima idea di come fosse il piacere sessuale, nemmeno quello solitario.
Una volta chiese a una donna che glielo descrivesse. Avrebbe voluto che glielo facesse provare, e si vergognò di questo, come di altri desideri forse più accettabili. Lei rispose con le banalità meccaniche della sua professione – endorfine, serotonina, sfogo, liberazione d’energie, intimità.
Andò nel deserto per restare sabbia.
Salì su di una duna con la bussola, scrutò il cielo e guardò le nuvole che forse andavano verso Venezia. In Tiepolo non c’è deserto, ma nel deserto c’è Tiepolo. Lo stesso cielo, altrettanto alto e vasto. Lo stesso tempo interrotto. Se a Venezia ti alzi su di una nuvola vedi tutto il mondo, e lo domini perché Venezia è morta e il tempo, diversamente che nel resto del mondo, è fermo.
Portò avanti il datario dell’orologio, per avvicinarsi al momento della propria morte. Non giunse, così sospettò che fosse già trascorso. Non sapeva dirlo in base al proprio corpo: non provando piacere, da vivo era come se fosse già morto. Si aprì il polso sinistro al di sopra del segno di giada, e ne uscirono lacrime. Le raccolse in una clessidra, che non si riempì mai.
Cominciò a camminare verso la via della seta, ma si rese conto che stava andando a Milano. Si accasciò pensando che non stava andando da nessuna parte. Un continuo, vano, assurdo moto. Tante direzioni, nessuna destinazione.
Se solo ci fosse una voce…
Ma ci sono solo sabbia, silenzio e un cielo indifferente.
Silenzio, e un cielo indifferente.
Silenzio.
Silenzio.
Silenzio.
Silenzio.
Silenzio.
Silenzio.
Silenzio.
Silenzio ovunque. Nulla è peggio del silenzio, nemmeno il deserto, nemmeno la desolazione. Il silenzio è la desolazione peggiore, il silenzio è peggio della desolazione.
Scongiurò il segno di giada che lo dirigesse verso una voce, ma il suono della giada era un singhiozzo che non ammetteva replica.
Si raccolse in preghiera davanti all’orologio. Fa’ che il tempo del mio silenzio finisca o sia già finito.
Pianse lacrime verdi, come la giada e come la speranza. Le lacrime caddero nella sabbia e non ne rimase


nulla.