Chi era (o chi è) Enrico de Crescenzo?

Non saprei dirlo nemmeno io, che sono il suo segretario.

 

L’ho incontrato una volta sola: era stato invitato a una festa di famiglia. I miei zii gli avevano parlato di me, e delle difficoltà (tanto assurde, quanto apparentemente insormontabili) che stavo attraversando: mi avvicinò e mi diede una chiave. Alla sua scomparsa (attenzione: non ho detto dipartita) mi sarei dovuto recare da un suo collega – non del tutto tale: de Crescenzo era avvocato, ma aveva smesso di praticare la professione non appena ebbe terminato il praticantato; il detto collega invece, già suo compagno di studi, la esercitava con profitto da decenni – il quale mi avrebbe consegnato il cofanetto che la suddetta apre.

 

Vi trovai un cronografo meccanico, che pur non essendo stato portato al polso da chissà quanto tempo era funzionante e, per un orologio automatico, stranamente preciso; una foto di de Crescenzo seduto in un bar con una donna molto bella (o meglio: era una foto di lei, con de Crescenzo che di sbieco le compariva a fianco); un’altra di lei, su di una panchina; il biglietto di una mostra a Mantova, e l’adresse di un’osteria veneziana; un mazzo di tarocchi; un taccuino; qualche penna, e infine tre quaderni formato A4, fittamente manoscritti.

 

L’avvocato – quello esercitante il mestiere – mi diede anche una lettera, con la quale de Crescenzo mi ingiungeva (molto cordialmente) di curare la pubblicazione di quanto scritto in quei quaderni.

 

Ne fui immediatamente spaventato. Come presentare gli scritti di uno sconosciuto? Un dilettante totale – non era stato un autentico professionista nemmeno nell’ambito in cui aveva una qualifica. Un fallito. Sperai che almeno i quaderni mi svelassero un miracolo, che vi fosse scritto qualcosa di tanto magnifico da non richiedere particolari voli pindarici per essere esposto all’ammirazione di un pubblico più o meno vasto, ma così non fu: i quaderni formavano una miscellanea assurda. Vi erano dei legami abbastanza coerenti: su tutti, quella che sembrava essere stata l’ossessione più pressante di de Crescenzo – la paura della solitudine, da lui identificata col silenzio. Il silenzio lo terrorizzava, e anche per combatterlo aveva scritto quella congerie di frammenti.

 

Non conoscevo molto della sua personalità, e i quaderni dapprima non mi parvero d’aiuto nello scoprirla: mi sembrarono descrivere tratti di personaggi diversi. Soltanto più avanti mi resi conto che le persone di cui parlavano erano la stessa: erano frammenti di un’autobiografia. Le molte contraddizioni erano dovute al fatto che lo stesso Enrico de Crescenzo fosse incoerente – sino a rasentare la schizofrenia. Solitamente umile fino al disprezzo di sé, ma a volte tronfio; spesso chiuso, ma sempre alla disperata ricerca di compagnia. Persino sul suo aspetto non c’era chiarezza. La sola volta che lo vidi, cinque anni prima di scrivere questo appunto, era (o meglio: sembrava) un pesante uomo sulla sessantina, bolso e tozzo, in abito blu a tre pezzi, con folti (e unti) capelli scuri. Ma nella foto (che, come testimoniava una traccia di pixel in un dettaglio, era stata scattata con una macchina digitale, e non poteva essere perciò di moltissimi anni fa) conservata nel cofanetto, era un trentenne molto alto e piuttosto magro, stempiato e castano, con blazer sportivo e occhiali. Nonostante l'incoerenza anagrafica, e la diversità di corporatura, mi sembrò essere chiaramente lui: i tratti somatici erano decisamente i suoi, e un quid diceva che quello nella foto non era un parente, ma lo stesso, diversissimo figuro che mi aveva parlato, quando ero uno studente incapace, alla cena per il compleanno di una mia zia. Su internet trovai altre sue foto, e tramite i contesti nei quali erano state scattate risalii a dei suoi conoscenti. Mi fu descritto di altezza compresa fra il metro e sessanta e i due metri; di un’eccessiva magrezza, accompagnata da una sconcertante obesità, molto atletico ma anche flaccido; i suoi occhi a seconda della luce potevano essere grigi, verdi, azzurri, neri, castani e violacei; aveva i denti dritti, oppure da vampiro; e una chioma foltissima, non fosse stato per la stempiatura, la fronte molto alta e una chierica quasi socratica. Le foto non chiarivano nessuno di questi equivoci: all’inaugurazione di una mostra sulla cartografia rinascimentale si stagliava gigantesco sugli astanti, a una conferenza di storia romana era un ometto piegato su di una sedia.

 

Qualcuno negava che fosse napoletano. Nel paio di minuti durante i quali mi parlò, non individuai un particolare accento; ma allora ero del tutto sfornito di spirito d’osservazione, non avevo alcuna attenzione per i dettagli (rivedere delle mie foto di quel periodo mi imbarazza, rammentandomi quanto ero stupido, più di adesso).

 

La confusione dei suoi cenni biografici era frastornante. Un paio di sue parenti sostenevano che avesse trascorso la maggior parte della sua vita, se non tutta, nella nullafacenza; ma, eccezion fatta per un paio d’anni di una crisi di natura indefinibile ma senz’altro tenace, gli indizi che smentissero questa ilazione erano troppi. Il mio uomo si era gettato nelle più svariate attività; mai molto seriamente (non ne aveva portata a termine nessuna – non ne aveva condotta nessuna per almeno un anno; lasciava basiti il contrasto fra la dedizione con la quale si lanciava in ogni attività, per poi restarne deluso e lasciare baracca e burattini), ma sempre piuttosto freneticamente.

 

In famiglia non si sapeva molto riguardo sue relazioni sentimentali: ai più fra i suoi parenti sembrava non ne avesse mai avute. Non credevano che qualche donna potesse provare qualcosa per quell’uomo strambo, inconcludente e non proprio bello (qualsiasi fosse il suo effettivo aspetto). Altri dicevano che fosse omosessuale – e non potesse comunque sperare di trovare nessuno. Oppure che non bisognava porsi il problema, perché lui stesso non se lo era mai posto. Forse c’era stata una sua grottesca relazione, con una donnetta persino più patetica di lui; lei lo avrebbe abbandonato, dopo aver scoperto che delle opinioni (forse in politica, forse in religione, forse tifo calcistico) di lui non coincidevano con le sue, e per grattargli dei soldi si sarebbe particolarmente accanita nell’esasperarne la sofferenza. Lui avrebbe così perso una ventina di chili e parecchi capelli, e ingoiato della candeggina, per poi darsi ai viaggi in città d’arte. In una di queste trasferte avrebbe incontrato il grande amore della sua vita – ma la ragazza (stavolta, un personaggio notevolmente positivo) era già impegnata; e soltanto l’incontro con una bravissima terapeuta (tutt’altro che esente dalla di lui ammirazione) lo avrebbe tenuto al di qua del baratro. Due donne dell’Ariete, le sue dilette.

 

Anche scrivere su questi quaderni lo aiutò. Non aveva mai avuto fiducia in nessuna sua capacità, ma arrivato in un momento di grave crisi (dovuto a una cattiveria particolarmente brutale della sua suddetta fiamma; crisi che si rivelò però estemporanea, come il divertimento che lei ne avrebbe ricavato) si mise alla prova, e scrisse (aveva già provato a disegnare, con risultati appena discreti; riprovò, dopo i primi esperimenti di scrittura, ma scoprì così di non esserne più capace).

 

Non sapeva se essere contento di queste prove; nel dubbio, e per timidezza, le tenne segrete. Le affidò a me perché non lo conoscevo, così il mio parere sulle sue opere non gli sarebbe stato di peso; e perché mi serviva, per maturare, il peso di una responsabilità. A mia volta non so se abbia scritto delle buone cose o no; vi ho trovato qualcosa di alcune delle mie letture preferite. Non specifico quali: magari qualcuno le identificherà con miglior cognizione di causa di quel che non sia possibile a me.

barone Tomaso de Brabant

7 marzo 2018

Perché questo cofanetto?

 

Perché Enrico de Crescenzo ha scritto questi quaderni?

Mi sembra che l’indizio maggiore stia in un tema ricorrente in questi frammenti: il silenzio. Nulla forse lo terrorizzava di più.

 

Ho trovato anche alcuni taccuini: non li pubblico (diversamente dai quaderni con i racconti) perché si tratta di parole sparse, nulla di costruttivo; non formano dei diari, sono soltanto suggestioni, episodi, date, titoli, frasi telegrafiche. Una piccola mole prodotta da un grafomane inespressivo: soltanto i quaderni comunicano qualcosa, a stento.

Non riusciva a parlare, né a scrivere; ma ci provò.

 

Era cresciuto in un silenzio forzato, che lo aveva reso balbuziente e convinto di non poter mai parlare più a lungo di quanto necessario per una breve frase. Le persone con cui era cresciuto non sopportavano le discussioni: volevano parlare con facilità, senza un contraddittorio attivo. Quello che dicevano era un punto fermo, e la seduta era tolta: perché ascoltare un altro parere, quando loro già avevano la loro opinione? Non erano disposti a dedicare né fatica né tempo a ciò che un’altra persona poteva voler dire.

 

Che persona, poi? Non aveva nulla che andasse bene. Era brutto e incapace. Aveva una brutta grafia. Sbagliava tutto. Era indeciso. Era immaturo.

 

 

Fu quindi per la loro pigrizia che de Crescenzo crebbe incapace di comunicare (oltre che incapace di sviluppare una qualche particolare capacità).

 

Il problema è che pensava molto (e non bene): e tutti questi pensieri si ingorgavano sbattendo su questo blocco. Quando pensava, fantasticava di un interlocutore al quale svolgere il proprio pensiero. Sarebbe stato bello avere un interlocutore fidato, almeno uno. Qualcuno che gli rispondesse, ma lasciandogli il suo spazio. Qualcuno con il quale parlare senza balbettare.

 

Trovò degli interlocutori, ma questi dialoghi si interruppero.

Ebbe allora un incontro: pensò che fosse l’incontro migliore che gli potesse capitare, anche se non gli era permesso parlare. Doveva solo ascoltare, e annuire. Finché non trasgredì, e disse il suo parere: così fu punito. Sprofondato nel silenzio, che è il peggiore dei dolori – il silenzio è peggio di ogni dolore.

 

Fu salvato da due donne dell’Ariete.

 

barone Tomaso de Brabant

Diario di un errore

 

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