Lawrence d'Arabia nella luce italiana

All’alba d'un secolo (quale? non il suo) del quale non riusciva a capacitarsi, Thomas Edward Lawrence si trovò a vagare per Torino.

 

Era una giornata in pieno luglio. Scese dal treno, nella stazione di Porta Nuova, e tutto attorno a lui parve bianco. Uno scenario da film dell’era dorata di Hollywood, per quanto in vista ci fosse ben poco di ciò: il più era nella sua immaginazione. Ma era pur sempre il colonnello Lawrence, personaggio dall’identità inafferrabile anche per la sua capacità di vedere oltre, di vedere ciò che altri non riuscivano a vedere: magari non ci riuscivano soltanto perché non era visibile - ma non è punto detto che ciò che non sia visibile non esista. Anzi. Il leggendario colonnello Lawrence (ora nella fase meno gloriosa della sua comunque rimarchevole vita), era, in quel periodo, più ingenuo che in altri momenti, e non si poneva tali riflessioni. Guardava, camminava, guardava, trasaliva, guardava, fotografava.

 

Andò al museo del cinema: ci era già stato, ed era quel luogo il responsabile di questo sospendersi fra una giornata di luglio a Torino, e l’età dorata di Hollywood. Ne era lui stesso parte attiva: al museo aveva vista la tunica che era stata usata da un attore per interpretarlo, in un film che aveva avuto un enorme successo.

 

(anni dopo guardò il film: scoprì che era diverso da come se lo immaginava, e che offriva di lui una immagine diversa da quella che immaginava, ma ben coerente con la personalità nella quale si riconosceva - vi si riconosceva, pur non avendo mai creduto di essere così)

 

Questo luogo, e le immagini che esso evocava, ritornavano spesso nei suoi sogni e nelle sue fantasticherie. Esserci era frustrante tanto quanto lo era immaginare di esserci, entrambe le condizioni essendo sottoposte all’ansia della fugacità del momento. Non perché fossero momenti particolarmente felici: erano belli – erano bei momenti pur non essendo momenti felici. Non potevano essere felici, con questo assillo (ed altri assilli, spesso persino meno concreti). Ne avrebbe gioito, se soltanto il tempo fosse rimasto fermo. Era profondamente infelice, e si accontentava: era così infelice, che quei momenti non particolarmente gioiosi gli sembravano i più adatti ad un arresto del tempo.  Anni dopo li avrebbe assai ridimensionati, avendo vissuto momenti ben migliori: il miracolo ad Aqaba, la prodezza a Tafileh, la scoperta di un castello in alta Italia, addirittura l'abbraccio a un angelo.

 

Erano momenti bianchi: nel ripensarci, il biancore che aveva saturato il suo sguardo, scendendo dal treno a Torino Porta Nuova, pervadeva l’intera visita. Luce bianca, non candida - giallastra, sporca, con spigoli neri - che invadeva i sogni su quei momenti.

 

Colori sgargianti, in technicolor. All’epoca, il nostro colonnello Lawrence era un devoto cinefilo. Non aveva ancora volto la sua attenzione a cose più serie (forse) e sacre (forse!): non pensava nemmeno, allora, che avrebbe scritto un noto testo sui castelli dei crociati, o testi, molto meno in vista, sul Rinascimento italiano. Allora era già lanciato sulla strada degli smeraldi, ma non ne aveva collezionato nessuno; ne aveva soltanto intravisto il bagliore. Era più che un inizio: una volta che un collezionista di smeraldi si sia incamminato lungo il loro percorso, non si ferma. Anche senza risultati, questa prima fase è di per se stessa un grande risultato: ma per quanto sia fatta di sogno, idea, immaginazione, anche la collezione di smeraldi richiede di essere concretizzata; e sul percorso bisogna proseguire, con più forza che all’inizio, con più forza che mai, anche quando si è circondati da un silenzio così lancinante che non si riesce a gridare per interromperlo.

 

Era come entrare nel logo della Paramount. Quando era bambino, una qualche combinazione di immagini lo aveva portato ad inseguire questi enormi scorci: gli era rimasto questo richiamo. Una proiezione verso uno spazio aperto, sotto un cielo aperto, in un panorama aperto.

 

Nel film che aveva ispirato, questi spazi aperti abbondavano. Ma erano in Arabia, un versante che nelle avventure delle sue dita lungo un mappamondo o un atlante, aveva frequentato piuttosto poco. Vedendo il film vi si era comunque adattato.

 

Poco prima di vedere il film, e parecchio tempo (quanto tempo è, "parecchio"? di fatto nel frattempo la sua vita era cambiata radicalmente, perciò una decina scarsa di anni poteva decisamente essere "parecchio", forse quegli otto/nove anni erano più di una quarantina/cinquantina per un'altra persona in un altro periodo in un altro contesto), perciò  dopo essere stato abbandonato da queste epifanie hollywoodiane ambientate a Torino, era stato a Venezia: aggredito dai miasmi che la laguna rilascia in estate, dopo aver percorso una breve e buia galleria, si era trovato di fronte alla mole bianca (non del tutto) della Salute, che, con un’indole incoerente col nome del santuario, si stagliava sul canale in procinto di aprirsi sulla laguna, e contro un cielo azzurrissimo e minaccioso. Lo specchio d’acqua sempre più largo, e il cielo che sembrava impossibile potesse essere più largo, e la cupola in tinta con le nuvole minacciavano di inghiottire gli astanti, i quali non se ne sarebbero accorti; il colonnello Lawrence invece vi si sarebbe addirittura offerto. Entrato nel santuario, ne percorse in tondo l’interno, guardando sempre verso i finestroni diametralmente opposti a lui: e vedeva ora un candelabro, ora un incensiere, ora un gabbiano, ora un raggio di sole che era giunto da milioni di chilometri per percuotere i suoi occhi con una micidiale combinazione di bianco e di azzurro in uno scenario di desolante vastità.

E il colonnello Lawrence riscoprì le gioie dell’agorafobia.

 

Thalassa, thalassa!

 

Un grido di solitudine.

 

Fu immediatamente colpito dal traffico umano in molti punti di Venezia, ma il suo tragitto lo portò spesso in posti poco battuti. Era il più florido momento della mania degli autoscatti: i turisti erano per lo più impegnati a fotografarsi. Ognuno guardava se stesso: Lawrence guardava le calli, calli infestate da turisti, ognuno dei quali guardava se stesso. Nessuno guardava Lawrence (e tanto meno gli parlava). Salvo che in qualche calle-oasi, il loro vociare formava un gran brusio, e nessuna voce parlava a lui: su di lui gravava come una cappa di silenzio. E il silenzio è peggio del dolore. Non trovò nessuna voce: questo enorme vocìo era soltanto silenzio.

 

Non poteva parlare, se nessuno gli parlava. Non si parla da soli, nemmeno Dio parla da solo. Non perché non possa: perché una simile comunicazione non esiste. E una persona che non comunica non esiste: Lawrence voleva esistere, ed esistere con qualcuno ed esistere per qualcuno. Per questo il silenzio è peggio del dolore; e il silenzio è peggio di tutto, e nulla è peggio del silenzio.

 

Silenzio dolorosissimo, silenzio peggio che doloroso, e il silenzio fa disperare chi cerca gli smeraldi. Ne trovò uno nel Museo del Settecento, visitando degli stanzini luminosissimi, nei quali il solo rumore era lo scricchiolio del pavimento in legno sotto i timidi passi del visitatore. Gli sembrò che il palazzo oscillasse, come fosse a bordo di un vaporetto fermo all'imbarcadero e cullato dalle onde. Lo smeraldo lo sballottò fra immagini smarrite in qualche anno prima, quel momento sospeso, di tregua, nel quale il silenzio era permesso, tana-libera-tutti dalla condizione che provoca (peggiore del dolore), e un futuro non scritto, nel quale si sarebbe trovato a Napoli, sotto un cielo addirittura più vasto e un silenzio anche più clamoroso, e avrebbe avuto un ricordo atroce di spazi azzurri tra i portici di Bologna.

 

Se solo ci fosse acqua...

 

Qualcuno che parlasse. Qualcuno che fosse contento di trovarlo lì. Qualcuno che lo legasse a sé, per dire, mesi dopo: che bello che tu fossi lì, mentre passavo, e che ti abbia potuto incontrare! Qualcuno felice che lui fosse nato. Qualcuno per cui essere uno smeraldo, raccolto in una calle, fra un mattone arso da secoli di sole e l’acqua fetida.

 

Guardò tra le tende, vide il Canal Grande, era tutto oscillante, deglutì per far passare una stretta al cuore, tese schiena e ginocchia e si incamminò, controllando che lo smeraldo non saltasse fuori da una tasca della giacca e pregando d'incontrare qualcuno che lo tirasse fuori da questa trappola di silenzio. Ma era convinto che questa salvezza non sarebbe arrivata: non quel giorno, almeno.

 

Si sedette e pianse. Non voleva sciupare la festa a nessuno, ma il rischio era inconsistente. Si preoccupò, per la chiarezza delle lenti dei suoi occhiali da sole: ma nessuno avrebbe visto. Lo smarrimento per il trovarsi esposto sotto un cielo così aperto, all'imbocco dell'apertura del canale verso la laguna, fu quasi annullato dal più venefico effetto della cappa di silenzio che gli rimbombò nelle orecchie, facendogli perdere l'equilibrio seppur fosse seduto.

 

Non molti giorni dopo si trovò, a Milano, in una libreria nella quale spesso aveva fantasticato. La libreria era cambiata, rispetto a cinque anni prima, quando vi passava delle ore estive: allora era piena di luce. Stava per lo più al piano seminterrato, e la luce era artificiale (meglio, dato che quella solare ai libri bene non fa); ma vi erano dei lucernari, che gli davano l’impressione di un diretto collegamento con uno spazio aperto, vasto. Nel seminterrato, inondato di una luce resa quasi abbacinante dagli scaffali chiari e dalle pareti bianche, di una libreria milanese, gli sembrava di essere direttamente sotto al cielo.

 

Stavolta la libreria era più chiusa: uno spazio meno aperto e luminoso, ma l'effetto era lo stesso della gradinata veneziana di fronte alla laguna. Agorafobia in un luogo chiuso. Acquistò un libro di cartografia, e viaggiò, suo malgrado in automobile (perché sì, ci sono testimonianze di una sua passione per le motociclette, e il suo nome da agente segreto, "aviere Ross", era sì fittizio, ma non una millanteria; ma la sua sorte non è stata benignamente legata ai veicoli a motore!, e aveva comunque una gran fobia al riguardo dell'inquinamento, e contribuire a crearlo gli dava dei forti rimorsi, gli dava l'impressione di sporcare e sporcarsi), sulla A4. La strada del boom..., una strada fortissimamente legata a un'epopea che ultimamente lo aveva affascinato. Per lui era un trampolino verso il sole (non per nulla il tragitto verso levante lo attraeva ben più del senso opposto), da bambino aveva immaginato che la strada fosse più larga, lunga, elevata di quanto non fosse - constatare poi che così non era lo aveva deluso, e aveva trascorso anni di rassegnazione, nella convinzione che i luoghi alla sua portata non fossero mai "grandi"; ma questo era un periodo migliore, nel quale si accorgeva sempre più di poter visitare luoghi grandiosi e particolari: strani - dopo un tedioso periodo nel quale gli era sembrato che mai nei paraggi, e mica soltanto nei paraggi, avrebbe potuto incappare in un luogo curioso, finalmente si era reso conto di poter uscire da questa gabbia di luoghi medi, e tracciare intorno a sé una geografia fantasiosa e non soltanto fantastica: basta accontentarsi, basta sognare luoghi da sogno, voleva visitare luoghi da sogno, e che quei luoghi ci fossero, che fossero davvero dei luoghi, non voleva più svegliarsi rimpiangendo di essersi svegliato, voleva finalmente avere qualcosa, non avere soltanto dei rimpianti, aveva pur diritto ad avere qualcosa, qualcosina, un contentino, era così uso a vedere tutto in sogno per poi non avere nulla, che ora che cominciava ad avere qualcosa gli sembrava gli fosse concesso troppo, di non poterlo avere, di non averne diritto, che gli fosse concesso troppo, troppa grazia, perché ormai la sua forma mentis dava per scontato che gli si dovesse negare di avere qualcosa, di toccare qualcosa, di vivere qualcosa, che gli fosse negato, sventolato davanti al naso e poi sottratto, e in sogno ciò si rifletteva in quell'angoscia torinese che poi aveva provato ovunque, ogni volta lo stesso assillo, fermati momento sei così bello!, e così in sogno e così nella realtà, ogni magnifico luogo visitato gli crollava davanti, sabbia fra le dita, scenari bellissimi vissuti con l'angosciante consapevolezza di perderli subito, città su rocce sospese villaggi fra cascate colline battute dai cavalieri di re Artù navi abbandonate in porti blu e oblò sulla linea di galleggiamento come certe finestre a Venezia guardi fuori dalla finestra e vedi una distesa vastissima chilometri e chilometri riflessi in un pertugio di mezzo metro sin da piccolo lo affascinava questa enormità spianata come quando sua madre lo aveva portato nell'Adriatico con la bassa marea e a un certo punto aveva pensato che sarebbero quasi arrivati in Jugoslavia e da allora era tornato a quel momento più volte in sogno e mai che avesse potuto riviverlo e mai che avesse potuto fermarlo a parte quella volta che un raggio aveva percorso milioni di chilometri per introdursi in una vetrata che funzionava da amplificatore-di-agorafobia, una vetrata tanto opposta alla finestrella nel solaio, così oscuro, di suo padre da esserle simile, gli opposti si attraggono gli opposti si congiungono gli opposti annichiliscono ogni differenza, una vetrata che proiettava lo sguardo - il suo stesso sguardo, non aveva bisogno di un osservatore che ci guardasse dentro, la finestra guardava il cielo e prendeva nota dei malefici lanciati da ostili entità cosmiche, un cielo sempre notturno e temporalesco, ma minacciosamente vasto e ampio almeno quanto quello azzurrissimo sovrastante la candida e lucentissima chiesa barocca, gli opposti si attraggono gli opposti si congiungono gli opposti annichiliscono ogni differenza, e un cielo così ampio e vasto poteva contenere moltissimo male, moltissimi enormi incubi, demoni scesi sin da chissà quale vastità per attanagliargli il cuore o vampiri sbucati dall’angolo della strada dopo averli incontrati ad un ponticello fra i boschi). Era settembre, ma nella libreria alcune immagini lo avevano gettato in una giornata mai vissuta, di novembre, nella torre di s. Martino della Battaglia. Guarda un poco, sulla A4. Quando era bambino, quella strada era la promessa di un panorama.

 

Stavolta non si trattava però di una proiezione verso il mare, ma di un ritorno indietro di due, anche tre, persino quattro secoli. Non più un orizzonte azzurro, liscio come una tavola, stagliato sotto un cielo abbacinante, ma una ondulata landa verde con tanti alberi e nuvole dalla forma d'alberi, bianchi alberi dalla chioma di panna montata. Uno spazio per divi del cinema su decapottabili color panna e foulard al collo, cercatori di tesori maledetti, lord di campagna e dame in gonne bianche e vaporose come quelle nuvole, e bravi a cavallo. La congerie di scene che intravedeva da una delle finestre della sala di suo padre, quella verso le Prealpi, una dozzina di chilometri a nord-ovest, con gli alberi e il campanile, a ridosso degli scaffali bianchi sui quali suo padre teneva le vhs acquistate in negozio, più in dentro invece stavano quelle registrate dalla televisione.

 

Tornò alla stazione di s. Lucia, e la superò. Si girò e guardò verso il ponte degli Scalzi: cielo vastissimo e nuvole lontane. Come a Roma, quando da un divano nel pianerottolo di un albergo a ore vide una pianta della città che lo scagliò verso il Ponte Milvio, o quando una finestrella nella casa-museo di Mario Praz lo rigettò a Venezia. Direzione ovest-nord-ovest: il Friuli, anche la Slovenia. Come tra i flutti, da bambino e in sogno.

 

Coprire con lo sguardo distanze così importanti era come guardare terra e mare dalla prospettiva di Dio.

 

Ma il bello della posizione di Dio, si disse il colonnello Lawrence, le pupille rimpicciolite dalla luce, e la mandibola almeno per un momento rilassata, è non dover patire il silenzio.

 

Tommaso de Brabant, maggio-settembre ‘016