Giada

Sembravi portarmi una promessa. Un futuro senza obblighi astrusi da seguire, senza dover evitare di vivere, senza rinunciare al futuro.
La prima volta che ti vidi, mi sembrò che qualcuno mi avesse colpito dietro le ginocchia con una sbarra d’acciaio. Tenevi il mento in su, gesticolavi con le mani in alto mentre parlavi, e piangevi parlando di tuo marito.
Ci vedemmo ancora, e non mi portasti mai sulla via della seta.
Non lo avrei voluto. O forse sì, ma una volta temetti di attaccarti il raffreddore, perciò rimasi sul divano di fronte.
Da quel divano guardavo il letto degli ospiti, colpito dalla sua testiera. Immaginavo le tue mani su quella testiera. Oltre un mese dopo, il capriccio delle circostanze e la tua gentilezza mi portarono su quel letto; guardavo dalla finestra la luce blu che ti aveva colpita, una mezz’ora prima, quando mi apristi il portone.
Per tutta la notte ti rividi, col kimono ricoperto dal riverbero blu.
Mi riducesti al silenzio per non farmi più soffrire; ma al silenzio preferisco proseguire la mia sofferenza per te. Perché il silenzio è la sofferenza peggiore, il silenzio è peggio della sofferenza.
Mi sono fatto marchiare il segno della giada sul polso sinistro.
Il segno di giada mi parla di te attraverso il sangue che mi passa dai polsi; il segno di giada vince il silenzio. Giada significa splendore, e lo splendore prevale sul silenzio.