Balbi - Dogali

In un pomeriggio di marzo del **27, il leggendario colonnello Thomas Edward Lawrence, in famiglia detto Ned, vagava in un’altra città di mare italiana.

 

Finì in una piazzetta, che aveva già visto altre volte. Una piazzetta tanto ripida da essere quasi verticale, con le palazzine incombenti su di lui. Palazzine con i mattoni bruciati dal sole: guardandole avrebbe voluto avere caldo. Da ragazzino detestava il caldo; poi si impose di non badare alle sensazioni, e cominciò ad apprezzare i paesaggi estivi, le regioni del Sud e persino i colori caldi. In fondo lui stesso era levantino. Ma ora avrebbe voluto che ci fosse tanto caldo. Non che fosse una giornata fresca.

 

Ma avrebbe voluto stare in giacca di lino, cappello bianco e foulard.

Avrebbe voluto che con lui ci fosse una di due donne impossibili. Questo pensiero gli metteva ansia, al punto da fargli preferire che non ci fossero. Temeva non ci fosse tempo per fare con loro tutti i viaggi che spettavano loro; era meglio non deluderle. Non si sarebbe nemmeno parlato di portarle in viaggio: poi si sarebbero illuse, avrebbero fantasticato. E un primo anno sarebbe trascorso, toccando poche mete. E lui, così inadeguato, avrebbe deluso le loro fantasticherie. Meglio che non si illudessero. Meglio che non ci pensassero.

Meglio non corrispondere al loro affetto con la sua inadeguatezza.

Meglio non avere il loro affetto, e non perderlo. Meglio una sofferenza sicura che una felicità perduta.

 

Così adesso era solo. Dopo aver conquistato per altri Damasco, non aveva rinfoderata la propria spada, e nemmeno aveva trovato un angolo per sé. Rimbalzava da una città italiana all’altra, mai per più di una settimana in ciascuna – quando non si rintanava nella più bieca e filistea provincia di tutto il Paese. Nella città in cui stava adesso doveva capitare spesso, e abbastanza volentieri, seppur non fosse la sua preferita – per la sua città preferita non intendeva usare il termine città, gli sembrava che l’accomunasse a una Bergamo qualsiasi. Quello era un luogo diverso. Adesso era in una città.

 

Era stato esasperato dal traffico, e dal suo rumore, che lo aveva aggredito mentre camminava. Ora era in quella piazza, e non c’era quasi nessuno. Non c’era nessuno per lui, e lui non poteva essere lì per nessuno, e chi c’era non parlava, e chi c’era non gli parlava.

C’erano luce, immagini di viaggi, spezzoni di film e silenzio; e il silenzio è il peggiore fra i dolori, il silenzio è peggio di ogni dolore, il silenzio è peggio del dolore.

 

Pensò a un film che aveva visto in un albergaccio, durante il suo primo viaggio solitario nella sua più-che-città. La prima notte aveva ceduto alla tentazione di guardare la televisione, ed era incappato in un film che avrebbe poi recuperato. Con dei tarocchi sulla locandina! Rimase stregato dalla scena d’un rito voodoo: uno dei suoi attori preferiti, dapprima molto coinvolto, ne portava via due ragazze choccate, intimando loro di non raccontare nulla a nessuno, perché quanto successo era defendu, defendu.

Quel che avrebbe voluto era defendu. Voce? Defendu. Donna? Defendu. Calore? Defendu.

 

Continuò a immaginare uno scenario in via d’estinzione. Voleva essere un personaggio di Forster. Conosceva di persona Forster, e ne conosceva bene i problemi, li condivideva. Lo stesso impatto con un crogiuolo di farisaismo, la stessa impossibilità di una vicinanza con qualcuno. Defendu.

Lo stesso astio per il corpo.

Entrambi però l’avevano usato. Il suo amico, per avvicinarsi a qualcuno, a degli uomini. Dapprima ne era stato confuso, poi vi si era adattato. Lui no. Per lui il corpo non era un ponte per comunicare con un’altra persona. Ma avrebbe voluto comunicare con qualcuno, anche più disperatamente del suo corrispondente.

Volere? Che verbo osceno.

 

Comunicare col corpo non si poteva: defendu. Non poteva, e non voleva. Non poteva volere: defendu. Non si poteva, non si può, non si potrà.

Aveva usato il corpo come strumento. Un utensile. Era pur sempre cresciuto in una provincia nella quale le persone sono utili, e fino a un certo punto lui stesso era servito, era stato il braccio di un macchinario, era stato un ingranaggio di un macchinario che produce macchinari.

Aveva impilato scarpe, stretto bulloni, caricato camion, venduto computer, disfatto e rifatto pavimenti e telefonato a imprenditori brianzoli.

Poi gli era stato accordato il diritto a dei privilegi, aveva ancora condotto una vita di contenzione, in più sensi, dopo di che aveva raccolto qualcosa. Non tutto, molto restava defendu.

 

Ritornò all’alloggio, nonostante la musica orripilante. Gli alloggi di quella città lo aiutavano a immaginare lo scenario in via d’estinzione che inseguiva. Le reception di legno e specchi, con mappe più o meno d’epoca, e sulla porta gli adesivi di circuiti di carte di credito ormai obsoleti. Tessere da grand tour, mentre Burbank con una Baedeker medita sulle rovine del tempo, e sulle sette leggi, sui sette pilastri, sul silenzio e sul deserto.

 

Andò al molo, mise la testa nell’acqua e pianse.

Salì sul treno, e svitò la corona dell’orologio. Poi guardò le lancette ferme e pensò: bene così, meglio una sofferenza permanente, che una felicità fuggevole. Dopo (dopo?) di che gli telefonò una delle due donne impossibili.

 

La voce dell’altro.

La voce dell’altro vince il silenzio, la voce dell’altro è l’Altro. La voce dell’altro è Luce.

La vita è possibile soltanto dove ci sia la voce dell’altro. Rimise in moto l’orologio.

Il domani non era più defendu.

 

E.d.C

Aprile ‘017