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Umile riflessione sul rifiuto di rifondare una cultura di destra

Uno spunto polemico di Tommaso de Brabant, apparso sabato 3 agosto su Destra.it
Si ringrazia Marco Valle per la pubblicazione.


Il 31 luglio scorso ricorreva il 75mo anniversario della scomparsa di Antoine de Saint-Exupéry. Se ne sono rammentate due maison di lusso, una d’orologi e l’altra di penne. Buon pro gli faccia.
Saint-Exupéry non era di destra; era e resta impossibile da collocare politicamente (complice anche il suo oscillare tra Vichy e gli Alleati). Ma era e resta anche un riferimento culturale plausibile – per una destra avventurosa, militante, poetica.
Ma chi se ne frega. La parte più prosaica della destra italiana era molto più impegnata a raccogliere il disperato appello di Jerry Calà: costui lamentava d’essere da decenni vittima d’emarginazione; sorvolando sulla sua mancanza di qualità artistiche, l’intrattenitore catanese-veronese la attribuiva a un ostracismo dovuto al suo “non essere di sinistra”. Immediata e pavloviana la reazione di certa destra, prontissima a invitarlo a quella che dovrebbe essere la sua più importante kermesse, Atreju.
Chi scrive spera di non passare per un bigio censore, nemico della leggerezza e dell’allegria; dato che ha una qualche propensione per lo humour demenziale, e trova divertentissima molta comicità italiana degli anni ’70. Chi scrive spera insomma di non incorrere in accostamenti con l’atteggiamento dei cosiddetti “radical chic”, e con il loro atteggiamento serioso e contristante; con il loro razzismo culturale (quasi mai forte d’una qualche autentica serietà).
Se però questo culturame di sinistra ha avuto agio, per oltre mezzo secolo, di blaterare, censurare, ghettizzare, è stato grazie a personaggi come Calà, e al loro uditorio.


La lamentela di Calà è una vigliaccata. Non ha proferito parola per anni, e ora che il crollo del PD gli offre gioco facile, alza la voce contro la sinistra. Lo fa sui “social”, dove sa di poter trovare il plauso degli urlatori di slogan. Lo fa ancora senza prendere posizione, dicendo quel “non è”, non quel che è (se è qualcosa). Quando mai si è occupato di politica? Se ha tanto patito l’ostracismo d’una parte politica, perché non l’ha denunciato prima?
Peggio ancora della lagnanza dell’ex “gatto di vicolo Miracoli”, è la reazione di quella destra che, appena qualcuno lancia una critica alla sinistra, lo porta sugli scudi (la Pavone lancia un “tweet”? la Cuccarini si sfoga? le si porta in trionfo), prestando molta attenzione all’immediato ritorno in visibilità dell’uscita del VIP in questione, e infischiandosene dell’incipiente, inesorabile appiattimento in cui così si fa sempre più ristagnare la proposta culturale.
Perché no: “proposta culturale” non è una sbobba da professoroni. In politica dovrebbe essere, se non tutto, quasi tutto.
L’egemonia culturale della sinistra italiana c’è stata, e ha fatto danni. Ha deprivato di qualità l’insegnamento universitario, ha ammorbato la letteratura e il cinema con isterie da salotto, ha smantellato il giornalismo. Ma non c’è più. Non soltanto perché il Partito Democratico è in crollo verticale (e si faccia attenzione: per quanto insista con l’autolesionismo, non si è suicidato, e non è detto che non torni forte): anche perché la sinistra non esprime più cultura (il “manifesto degli intellettuali” lanciato mesi fa dalla rivista Rolling Stone era esilarante: cantanti e attori mediocri, scrittori patetici, giornalisti nulli, opinionisti da spazzatura).


Che sia arrivato il momento per una egemonia culturale di destra? No, prima bisogna invitare Jerry Calà ad Atreju. Una kermesse presentata con i soliti slogan futuristi, guardare in alto, oltre le stelle, cuori oltre gli ostacoli, “memento audere semper” e compagnia cantante. Ci sono persino le magliette con scritto “la destra che vince” sulla schiena.


Chi scrive non c’era, quando Pino Rauti predicava nel deserto l’urgenza d’un gramscismo “nero”. O quando le riviste del Fronte della Gioventù spalancavano orizzonti e riferimenti culturali. Lawrence d’Arabia era di destra? Forse… ma era un avventuriero, un grande romantico, perciò è “nostro”, e anche se il Che aveva più difetti che pregi, se ne può comunque parlare. Chi scrive era bambino, quando Marzio Tremaglia faceva dell’assessorato alla cultura della regione Lombardia un laboratorio per sperimentare un “fare cultura” più grande di quel che mai si fosse visto.
Chi scrive era bambino, quando questi miraggi erano censurati dai guardiani che rintuzzavano tutto entro i soliti paletti. Al centro i berlusconiani, all’estrema destra i casi umani che fanno politica un giorno l’anno, quando mettono il fez per andare a Predappio a farsi ridere dietro da Repubblica. Accomunati dallo stesso rifiuto di studiare, di mettere qualcosa in discussione le parole d’ordine, di uscire dagli steccati.
Chi scrive non ha lezioni da impartire, però si accorge che tutti quei dannosissimi errori (non condotti in buona fede, ma dettati dall’esigenza di tenere tutto immobile) si ripetono.


È inquietante, questo tornare al nulla che avanza del berlusconismo. Il sultano di Arcore ha appena chiuso il suo partito per aprirne uno identico; alla sua immediata destra, non si trova nulla di meglio di aggrapparsi a Jerry Calà che si lamenta. Orizzonti brevissimi: ci si compiace di cavalcare la notizia
per ottenere “like” su Facebook, non curandosi del danno che così ci si procura – un altro gradino più giù.
La forma è anche sostanza. Giorgio Almirante era ossessionato da Dante Alighieri. Giorgia Meloni invita Jerry Calà ad Atreju. Le differenze sono fortissime, e visibilissime – per chi accetti di notarle. Gli altri fanno il tifo su Facebook.

 

Tommaso de Brabant, sab. 3.VIII 2019

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