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Generazioni a Milano

Proponiamo l'articolo di Tommaso de Brabant pubblicato su Giovani a Destra, riguardante i grotteschi fatti dello scorso 29 aprile milanese: dal mancato rispetto da parte delle istituzioni, all'assurdo divieto della prefettura, sino allo stallo in viale Romagna. Col racconto d'una serata col Walter Jeder e una riflessione, con una profezia che lo stesso de Brabant si augura non debba rilevarsi.
Si ringraziano per la pubblicazione Vanessa Combattelli e giovaniadestra.it

Generazioni a Milano

Cronaca dal primo corteo per Ramelli non autorizzato

 

Era una chiave inglese numero 36
tenuta salda in mano da un giovane borghese,
di quelli per intenderci che la rivoluzione
giocano a farla in nome di Marx e del bastone,
di quelli che il regime ha fabbricato in serie
perché lo difendessero dalle persone serie.
(Amici del Vento, Incontro)

Quello del 2019 è stato, lo conferma chi li ha vissuti tutti, il corteo per Borsani-Ramelli-Pedenovi più bizzarro di sempre.
Non molti giorni prima della ricorrenza del 29 aprile era stata comunicata la balzana trovata della prefettura: niente corteo, accontentatevi del presidio statico in via Paladini. Una decisione senza validi motivi: la costante del corteo Ramelli è la compostezza, non si è mai dato adito a scontri. Ma bisognava dar credito al sempre più insistito allarme per il presunto ritorno del fascismo in Europa; così il sindaco si accodava al prefetto, permettendo invece un contro-corteo in piazzale Dateo, dall’itinerario più volte spostato nella giornata stessa.
Insomma, nell’anniversario dell’uccisione d’un ragazzino, non si può tenere un corteo per commemorarlo, ma se ne può tenere uno contro il suo ricordo. L’amministrazione milanese ha mostrato continuità con la tradizione italiana, ancora tenace, di mancare di rispetto ai propri morti: l’esempio più evidente è la censura sulla memoria delle foibe.
Quella, è censura di parte. Il feticismo dei “liberatori” impedisce ogni critica, sono perciò innominabili le foibe e altre stragi partigiane.


Quella su Ramelli e su altre vittime degli Anni di Piombo, è censura settaria. Dice bene Guido Giraudo, l’uccisione di Sergio Ramelli è una storia che fa ancora paura. La Milano che adesso è chiamata (con una definizione adatta, ma che in accoppiata con “buonista” è diventata un tormentone da facebook abusato e tedioso) “radical chic” ne è terrorizzata.


Sergio Ramelli non è stato ucciso da dieci studenti universitari, borghesi che hanno ammazzato un ragazzo di famiglia umile… in nome della “giustizia proletaria”. Loro non hanno identità, sono pedine come tante, anonimi soldatini fatti con lo stampino, uno vale l’altro. Sergio Ramelli è stato ucciso dalla più brutta generazione dell’alta borghesia milanese.

Alcuni li ho letti, alcuni li conosco di persona. Sono tutti identici.

Accomodati eppure rancorosi, privilegiati senza aver mai dovuto conquistare nulla, hanno cambiato battaglia (prima lottavano per quei proletari della cui esistenza a malapena erano al corrente, ora per gli immigrati sulla cui tratta speculano) e tipo di violenza (allora usavano quella fisica, ora preferiscono quella verbale), ma di fatto non sono cambiati. Sono sempre acritici: non hanno mai sbagliato nulla (Toni Negri, Camilla Cederna… hanno rovinato vite con la loro ferocia, ma non hanno mai chiesto scusa, mai ammesso uno sbaglio). Non ammettono quasi mai d’aver fatto del male a qualcuno (e ne hanno fatto!); le poche volte che lo riconoscono (ed è sempre stato qualcun altro nella loro cerchia, mai il parlante stesso), era giusto farlo. E oggi come allora, non hanno identità: sempre anonimi e omologati.

Anche i cenni biografici sono sempre gli stessi, spiccano soltanto i latitanti, quelli che per aver esagerato a fare i “giustizieri” sono dovuti scappare. Gli altri, i soldatini che a migliaia ripetevano gli slogan e lanciavano i sanpietrini, hanno intrapreso – da fermi – lo stesso percorso. Rivoluzione coi soldi di mamma e papà, studi universitari o non conclusi, oppure portati a termine a suon di 18, posto di lavoro ottenuto grazie ai genitori a onta di capacità professionali al di sotto dell’accettabilità, anni ’80 – quelli del
disimpegno – trascorsi a consumare cocaina (che allora era roba non per proletari, ma per rockstar), negli anni ’90 hanno cominciato lo snaturamento della sinistra che ha portato nell’arco di due decenni a quella cosa confusissima che è il Partito Democratico, adesso berciano in nome dell’accoglienza indiscriminata degli immigrati.

Hanno fatto solo danni: violenza politica, formazione d’una classe dirigente incompetente e incapace, florido e pluridecennale finanziamento del narcotraffico, messa allo sbando della loro stessa parte politica, favoreggiamento dell’invasione.
Tutto in nome d’una moda culturale – perché questo era, ed è tuttora. Non ci credevano, non sapevano: ripetevano.
Sarebbe stato orribile uccidere un ragazzo in nome d’un credo politico: ancor più atroce è stato trucidarlo per seguire una moda.

 

Ma la Milano peggiore, quella dei sessantottini che tornati dai raid si facevano pulire le scarpe dalla domestica, dei borghesoni che a vent’anni facevano la rivoluzione e a sessant’anni comprano i pacchetti azionari dei giganti della finanza mentre leggono la rivista L’Internazionale e La decrescita felice di Serge Latouche, che si entusiasmano per Greta Thunberg ma si inferociscono quando Pisapia istituisce l’Area C (perché la minuscola cerchia dei bastioni mica vogliono girarla coi mezzi, dove si incontrano i poveracci, o a piedi, che è faticoso), quella Milano nega sia mai successo.


Uno di loro me l’ha detto, più volte (lo ripetono a se stessi, per convincersene): gli Anni di Piombo sono sopravvalutati… sì, a volte ci si scontrava, ma erano giochi un po’ pesanti… sfide tra bande… la violenza in politica, dice-sentenzia-proclama-asserisce, è adesso, perché Salvini spande odio verso i poveri migranti…


Tanto candore auto-assolutorio è una bugia, e delle meno accettabili. Hanno reso Milano e l’Italia (si pensi a Roma: ad Acca Larentia, a Primavalle, a Paolo Di Nella…) invivibili per oltre un decennio. Lo hanno fatto con l’odio.
Odio che continuano a spandere.

Lo si è visto, questo lunedì 29 aprile 2019.
Hanno voluto il divieto a un corteo in memoria delle loro vittime, e se ne sono inventati uno contro il ricordo. La mattina hanno gettato della vernice rosa (forse troppo diluita?) sul muretto di Ramelli, e ne hanno riportato la macchia sul manifesto del contro-corteo. Hanno diffuso su internet un manifesto inneggiante all’uso di chiavi inglesi per la “legittima difesa” dai fascisti.
Diffondono, diffondono. Diffondono disinformazione: Repubblica e il Corriere della Sera hanno proseguito la perdurante opera di mistificazione sulla memoria di Ramelli (L’Espresso già gli attribuì la partecipazione al Giovedì Nero di due anni prima… una bugia, ma: se anche fosse?), scrivendo che era rimasto vittima d’uno scontro tra gruppi. Ma il 29 aprile 1975, all’incrocio tra via Amadeo e via Paladini, il gruppo era uno; Sergio Ramelli era invece solo, e non stava cercando nessuna ostilità: lo hanno aggredito (in dieci!) mentre parcheggiava il motorino. Hanno scritto che i morti vanno ricordati per ciò che sono stati da vivi, e che lui da vivo era un fascista, perciò la sua memoria non va consacrata.
Diffondono odio: mentre lamentano che i poveri migranti (quelli che uccidono, molestano, stuprano, rubano, spacciano, sporcano, insultano, aggrediscono, minacciano…) sono “capri espiatori” e vittime d’una campagna diffamatoria, strillano l’allarme per l’avanzata nera – da fermare, da sopprimere, da spegnere, da reprimere. Anche con i mezzi di allora.


Ho partecipato a tutti e tre gli eventi del 29 aprile 2019 milanese: i due ufficiali, e quello non autorizzato. Nel pomeriggio, ai giardini Ramelli di via Bronzino, si è scomodato Beppe Sala. Senza fascia tricolore, il suo solito modo di mostrare che sta partecipando a qualcosa di cui non gliene frega niente. Ha detto un paio di cosette semplici, subito dopo ha parlato con molta più baldanza Ignazio La Russa, in un putiferio di scatti fotografici e videoriprese. Subito dopo, in viale Lombardia amici e parenti, con Anna Scavuzzo a rappresentare le istituzioni locali, hanno ricordato Enrico Pedenovi, avvocato e consigliere provinciale missino, ucciso da Prima Linea esattamente un anno dopo l’agguato degli studenti rossi a Ramelli.
Fin qui tutto pacifico, a parte la tensione dovuta al divieto, il solito sfregio idiota (prontamente ripulito) al murale “Ciao Sergio” e le cretinate sparse su internet da chi cerca di tornare a quando uccidere un fascista non era reato.


Fino alle ore 20.
Le sigle d’area – Casa Pound, Forza Nuova, Lealtà & Azione, Gioventù Nazionale – si sono radunate in piazzale Susa, nonostante il divieto. Presenti anche molti parlamentari e consiglieri di Fratelli d’Italia. Tutt’intorno, uno schieramento di Polizia molto cospicuo, alcune camionette erano piazzate già a molte centinaia di metri dal raduno. L’atmosfera non era comunque tesa, il parere diffuso era che il corteo sarebbe stato coattamente accompagnato sino a via Paladini senza problemi di sorta.
Tutto è però rimasto bloccato per tre quarti d’ora: alle 20:45 il gruppo di Casa Pound ha cominciato a correre verso viale Romagna (stranamente, non verso viale Argonne, che porta alla basilica dei ss. Nereo e Achilleo); gli altri gruppi l’hanno seguito, ognuno staccato di pochi metri. Questione di attimi: la celere si è schierata di fronte e alle spalle del corteo, che è stato così chiuso negli ultimi metri a sud di viale Romagna. Quando i militanti hanno toccato il cordone, sono cominciate le urla: qualcuno invocava un’ambulanza.
Un uomo è rimasto a terra per un attacco cardiaco, un altro lamentava una ferita per una manganellata: ne restava con un sopracciglio squarciato e il cappotto fradicio di sangue, ma la versione ufficiale parlerà di una caduta (strana…).
La Polizia ha schierato tre file di agenti in assetto antisommossa a chiudere la carreggiata, prima dell’incrocio con via Beato Angelico (che dopo vari isolati verso est diventa via Amadeo, la quale incrocia via Paladini) spalleggiati da un imponente assembramento di giornalisti (che in tempo reale diffondevano su internet notizie di uno scontro cercato dai neofascisti). Più liberta sui marciapiedi, comunque presidiati.
Complice la sua altezza, ho scoperto che, con altri anziani camerati, in questa zona franca stava il leggendario Walter Jeder. Ho lasciato i ragazzi di Gioventù Nazionale, in coda al corteo immobile, anche perché il cordone di retroguardia aveva arretrato di qualche metro, e non pensavo di dover essere in ansia per loro (come se la mia meschina presenza potesse essere di qualche aiuto…); ho quindi raggiunto Walter, che guardava quanto stava succedendo dall’alto sia della sua statura da giraffa, che della sua esperienza. Pur recentemente colpito da gravi problemi di salute, stava lì in piedi, a commentare tutto con la sua voce calmissima. Dopo qualche minuto, ha assunto la decisione più saggia: andare a celebrare un privato “Presente!”. Formato un gruppetto, ci siamo incamminati verso via Paladini, ho così avuto un’altra volta il privilegio di ascoltare racconti degli Anni di Piombo da chi li ha attraversati facendo militanza attiva e rischiando tutto. La suggestione di via Paladini non è stata rovinata dalla vista dei manifesti strappati, un altro dei soliti stupidi insulti (avvicinandosi però alla zona presidiata dai camerati, i cartelli erano ancora interi…). Salutati gli altri anziani, con Walter sono tornato a vegliare su viale Romagna: abbiamo incontrato altri gruppetti che
avevano nel frattempo avuto la nostra trovata, e non rinunciavano al saluto a Ramelli. Siamo arrivati in tempo per il coro Il domani appartiene a noi; pochissimo dopo, l’annuncio via megafono che il corteo (o come si è detto, la “passeggiata”) era stato finalmente consentito. Ha così potuto avere luogo il “Presente!”, subito oggetto d’indagine per i saluti romani. Mille indagati, basandosi sulle foto: ennesimo gesto di maniacale persecuzione, ben oltre il ridicolo.

Dicevo: c’è chi cerca di tornare a quando uccidere un fascista non era reato.

Va reso grazie a un Salvini – il giudice Guido; il ministro Matteo, che non può avere la consapevolezza di cosa sia il retaggio di quegli anni, pur avendo il potere d’impedirlo ha lasciato che l’appello di 60 parlamentari a non censurare il corteo e il ricordo non fosse accolto – se il sacrificio di Sergio Ramelli è servito a perseguire legalmente chi uccideva un ragazzo per odio politico.

Mi permetto, dopo il racconto di come ho trascorso quella bizzarra serata, una riflessione, sapendo di non avere nessuna autorità. Sono nato il 23 aprile 1987, nel secondo anniversario della Perestrojka: il comunismo è crollato quando ero bambino, sono cresciuto sotto l’egemonia USA e in piena epoca post-ideologica. Conosco gli Anni di Piombo soltanto tramite chi li ha vissuti e li ricorda (e anche chi li ha vissuti e li nega per convenienza). Nella sera di fine aprile che ho testimoniato, a 32 anni appena compiuti, ho incontrato ancora ragazzi di anche dieci anni più giovani di me, con alle spalle più anni di militanza rispetto a me. Però mi impegno a recuperare il tempo perduto, e mi guardo attorno freneticamente.
Vedo molti ragazzi di destra entusiasti e preparati, che spiccano fra tanti disimpegnati, e molti altri che si limitano agli slogan e alle risse verbali da social. Ne sono felice, perché danno speranza a una generazione intossicata dai trapper e dall’idiozia della liberalizzazione delle droghe.
Però li ha notati anche il pensiero unico, i signori degli anelli che hanno ogni interesse a crescere generazioni di imbecilli sballati. Gli stessi burattinai che hanno scatenato, contro i ragazzi del Fronte della Gioventù, l’odio dei borghesi armati di spranga.
Non sono cristiano, ma prego che i focolai di violenza politica delle scorse settimane (prima un ragazzo di destra aggredito in Sardegna, poi due a Padova, poi ancora l’assalto a un evento elettorale di Caio Mussolini) non siano avvisaglie di un’altra stagione atroce. Sono affezionato a molti di questi ragazzi, mi spaventa il pensiero. Sarò felice di essere una Cassandra smentita.
Ma sono in troppi ad attizzare l’astio antifascista. Scrittori, giornalisti, sedicenti intellettuali strepitano tantissimo. I pietisti col cuore in mano perché a loro dire all’opinione pubblica i migranti sono stati offerti come capro espiatorio per tutti i mali d’Italia e d’Europa, fanno la stessa identica cosa con movimenti di destra più o meno estremi, e non si fermano davanti ai ragazzi. Che scandalo, che alcuni ragazzi non si lascino ottundere dalla società dello sballo. Allora Raimo fa antropologia spicciola sui sedicenni di Casa Pound, Pif e Serra blaterano contro il suddetto Caio Mussolini (uno dei politici che più dialogano coi giovani), coraggiosi anonimi su facebook minacciano i ragazzi di Gioventù Nazionale Sassari, colpevoli d’aver pulito una spiaggia.

 

Lunedì 29 aprile il ricordo di Sergio Ramelli è stato osteggiato da tantissimo livore. Prego che questo odio non procuri un altro Sergio Ramelli.

Tommaso de Brabant I°.V 2019

Immagine I: Repubblica Milano

Immagine III: comitato Sergio Ramelli

Immagini II, IV, V: foto dell'Autore

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