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Il nuovo Suspiria: il ritorno delle streghe

Proponiamo la recensione, scritta da Tommaso de Brabant per Giovani a Destra, di Suspiria, remake che Luca Guadagnino ha tratto dalla pietra miliare horror di Dario Argento.

 

Qui la recensione sul sito Giovani a Destra.

Si ringrazia Vanessa Combattelli per la pubblicazione.



Il nuovo Suspiria: il ritorno delle streghe


Nel 1977, rifulgente del successo mondiale di Profondo Rosso, lo spiritato regista romano Dario Argento realizzava Suspiria, terrificante e sanguinosissima fiaba ispirata agli incubi milanesi di Thomas De Quincey. Nonostante il facile ricorso alla macelleria (solito vizio del Vate del Quartiere Coppedé), si trattava di un film magnifico, forte di riferimenti precisi e puntuali alla storia dell’occultismo, di atmosfere realmente da incubo e un fascino visivo irraggiungibile.

Lasciato passare il quarantennale, ne è stato girato il remake, distribuito nel capodanno 2019. Una produzione internazionale: soldi di Amazon, attrici per lo più europee attorno a una protagonista statunitense, regista italiano, ambientazione tedesca – non più Friburgo e la Foresta Nera del film originale, ma la Berlino scossa dalle scorribande della banda Baader-Meinhof: i terroristi rossi della RAF.

Un remake atipico. Non è un rifacimento: è un tributo e uno stravolgimento. Ci sono citazioni calligrafiche (gli zoom a schiaffo, qualche dettaglio d’arredamento, la Madre sotto il pavimento), omaggi ben precisi, le scene efferate (poche ma orripilanti) non mancano: ma Suspiria 2018 è un film quasi del tutto altro da Suspiria 1977. Perché il discorso di Guadagnino differisce da quello di Argento. Assieme a Pupi Avati, Dario Argento è il necromante del cinema italiano. Tanto stracolmo di difetti (le sceneggiature sempre sciatte, la scelta di attori spesso pessimi, la gratuita volgarità delle troppe scene grandguignolesche) quanto grande cultore, finanche sacerdote, dell’occulto, dell’orrore, del demoniaco, del mistero.

Luca Guadagnino, regista di gran moda che a furia di proclamarsi il nuovo Luchino Visconti ha convinto la stampa a fargli eco (nonostante l’indifendibile Io sono l’amore abbia palesata la non liceità dell’accostamento), è un dichiarato illuminista. Rincorre, spesso senza raggiungerla, l’eleganza di un cinema che non c’è più; ma è un cineasta del suo tempo, un progressista aggiornatissimo sul pensiero corrente. Coltissimo, e sempre preoccupato di farlo notare, è un volterriano che ai pamphlet dei suoi ispiratori preferisce i film, ma la missione è sempre la stessa: dissipare la coltre del mistero, scacciare con la sua fiaccola le tenebre della superstizione. Desacralizzare, dissacrare, disincantare. Aggiornare, modernizzare.

Il suo Suspiria, sceneggiato da David Kajganich, parte come attacco frontale alla superstizione, all’arcaismo; affronta le credenze da sconfiggere sul loro stesso terreno, assediando uno fra i loro caposaldi più affascinanti: la stregoneria.

Nella prima scena l’inquadratura d’un libro di C.G. Jung, La psicologia del transfert, sembra una dichiarazione d’intenti: ma il grande spirito di Kusnacht non aleggia su questo film, che vira invece verso il grande inquinatore del secolo XX, Sigmund Freud (che fra gli altri, ha deformato e svilito proprio il concetto di “transfert”). La stregoneria era senz’altro rivincita del matriarcato, furore uterino, società sotterranea: ma perché ridurre tutto alla materialità? Lo psichiatra Klemperer si dimostra più cartesiano, che junghiano, quando spiega ai poliziotti (che non credono perché pur essendo andati a guardare, non hanno visto; e le streghe li tengono a occhi aperti, quando li deridono per non aver visto) di essere convinto non che si possano commettere delitti magici, ma che sì, esistano congreghe che li commettono con la convinzione di agire da stregoni. Ed è ovvio, la letteratura criminale è infarcita di esempi – si può subito pensare al Mostro di Firenze. Ma perché fermarsi all’ovvio? Perché impedire di fantasticare? L’illuminismo ha preteso di sconfiggere le tenebre della superstizione… ma ha agito da oscurantista, bollando come sciocchezza la fantasia.

Guadagnino proprio qui capitola. Il suo rispetto per la stregoneria è reso evidente dalla cura con cui affronta due temi magici: il controllo a distanza e la fascinazione. Il primo utilizzato per gli scopi più cruenti, come nel doppio ballo a distanza fra Susie e Olga, o nella maledizione che Helena Markos lancia fino in Ohio; il secondo (fascinazione: il lancio d’incantesimi tramite lo sguardo, come canta David Bowie: throwing darts in lovers’ eyes, proprio in Station To Station, l’album dal cui booklet è tratto il poster appeso nella camera di una ballerina, in cui il Duca Bianco disegna l’albero sefirotico) è forse il tema portante del film (secondo I.P. Culianu, grandissimo storico delle idee, uno dei temi principali della cultura occidentale: phantasmata, i fantasmi interiori che governano il cuore e l’immaginazione, repressa dal fuoco incrociato di Riforma e Controriforma). Nella prima scena Patricia nasconde ogni oggetto, ogni immagine che, nello studio dello psichiatra, il dott. Klemperer, abbia gli occhi: perché tramite di essi le streghe, a distanza, la possono vedere. La ballerina che abbandona la compagnia lacrima, colpita dal malocchio che rende possibile il suo controllo a distanza; i poliziotti, colpiti da ipnosi, stanno a occhi aperti ma non vedono; Sara non crede a Klemperer finché non vede, e Klemperer crede sia tutto un gioco criminale finché non vede ciò che sta sotto. Madame Blanc controlla le ragazze mandando loro i sogni – le visioni; e il suo atto d’amore per Susie sarà non fargliele più vedere. Ferme les yeux: stanotte niente sogni.

Guadagnino il progressista vorrebbe essere Madame Blanc, la rivoluzionaria che parla per slogan sessantottini (mentalità ribadita con gli stereotipi del caso: il Paris Bar nella Rue Kant, le telefonate svenevoli, i dischi con gli strepiti di Nico): c’è tanto da cambiare a questo mondo, dobbiamo spaccare il naso a tutto ciò che sia “bellissimo”… ma finisce per essere il dott. Klemperer, schiaffato dalla poltrona delle sue certezze accademiche all’urto con le forze ctonie. Urto che devasta anche i propositi di M.me Blanc: lodi pure la rivoluzione, incoraggi pure i bombaroli, guardi pure in avanti, verso l’ordine nuovo, ma nella grotta deve scendere, a patteggiare con forze che “esistevano da prima di Dio e di Satana”. In questo scenario da Picnic a Hanging Rock (lo stesso ambiente femminile chiuso e gerarchico, le stesse tensioni saffiche), Madame Blanc che si pretende iconoclasta, ma è conservatrice ed estetizzante, finisce come l’istitutrice folgarata da Miranda: è un dipinto del Botticelli… ma il suo bell’angelo è poi rapito da un incubo pànico.

È un film bello, anche a vedersi, e ciò è tanto più lodevole data la rinuncia allo splendore del film originale – la felliniana accademia di danza diventa un casermone con alcuni elementi splendidi, ma sordido e tetro (per set è stato usato il Grand Hotel Campo dei Fiori, struttura liberty in disuso che incombe su Varese); le comparse sono tristi, i poliziotti dei travet annoiati, le giornate sempre plumbee, i vestiti quelli orrendi della Berlino col muro. È un film intelligente, colto, splendido in generale e raffinato nei particolari (l’inquadratura più bella: un’inquadratura in primissimo piano di Dakota Johnson con la Swinton alle sue spalle, citazione da un altro duello-duetto muliebre, Persona di Bergman), e a volte la piattissima colonna sonora di Thom Yorke sembra appropriata. Nelle intenzioni di Guadagnino doveva essere un film politico, incentrato sui succitati stereotipi sessantottini: il potere, il controllo, la società matriarcale contro quella patriarcale. Tutto questo c’è (soprattutto il controllo: quello, invisibile e a distanza, esercitato dalle streghe non è dissimile da quello esercitato da Facebook e compagnia cantante sugli utilizzatori di smartphone, di cui è rintracciato e registrato ogni movimento, ogni scelta… Patricia nota con sollievo che lo specchio del dottore è chiuso, altrimenti le streghe la guarderebbero tramite i suoi stessi occhi riflessi: non funziona così anche la lente fotografica dello smartphone?), ma la direzione intrapresa è ben altra. La sconfitta della terribile madre catatonica, paralizzata nella fattoria in Ohio a maledire Susie dai capelli rossi, non è soltanto rivalsa sull’ordine costituito e sull’idiozia del protestantesimo (e con esso, del capitalismo, della ristrettezza di vedute piccoloborghese etc.): è la vittoria dello spirito sulla materia, sul pragmatismo, sul disincanto. La Madre segnala la sua presenza picchiando da sotto il pavimento: tenerla sottoterra non basta a negarne l’esistenza e la forza, che ci provi la società rurale (da sempre teatro prediletto del sabba) dell’ottusità mennonita, o la rivoluzione ‘68ina, telecomandata da stregoni più biechi e meno affascinanti delle fattucchiere ballerine. La società di Guadagnino nell’ultima inquadratura sancisce la propria avanzata con il treno ad alta velocità che sfreccia accanto alla dacia del dottore, ed è distratta a parlare con lo smartphone: ma non può cancellare il cuore inciso sulla parete.


Tommaso de Brabant

7.I '019



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