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Aprile a Milano non finisce mai

In tempi recenti, l’esasperazione degli allarmi isterici riguardanti una presunta avanzata fascista, anche detta onda nera, ha portato attenzione – e tensione – sulle commemorazioni che si tengono soprattutto a fine aprile: da quelle attorno al 25 aprile, alla tripla cerimonia milanese per Sergio Ramelli, Enrico Pedenovi e Carlo Borsani – sconfinando a maggio, con il ricordo di Ugo Venturini, il primo militante ucciso negli anni ’70: il missino colpito con bottiglie piene di sabbia mentre partecipava al servizio d’ordine per un comizio genovese di Almirante.

 

 

 

Questo aprile, oltre al compleanno più caldo della mia vita sinora (lunedì 23 sono stato a Milano da uno zio che festeggia il 20, e c’erano quasi trenta gradi), ho – tardivamente, avendo ormai superato i trent’anni – debuttato nelle commemorazioni milanesi.

 

Domenica 22 a Musocco, al Campo X per i caduti della RSI, e domenica 29 al viale Argonne.

 

Entrambi gli eventi sono stati funestati dall’isteria antifascista di una Milano sempre più vacua. Pisapia, che è un uomo politicamente schierato, che pure è stato un militante di estrema sinistra, ha sempre avuto rispetto per i caduti fascisti: per quelli della guerra civile, come per quelli degli anni di piombo. Proprio perché è stato un militante, e sa quale sia il valore della lotta politica. Beppe Sala no: l’impiegato di Renzi, assurto alla gloria dell’Expo, è come il suo padrone e mandante un chiaro rappresentante della non-politica post-ideologica. Il suo comportamento è in linea con quello dell’amministrazione romana dei Cinque Stelli, il partito antipolitico senza ideologia né storia, che si arroga così il diritto di chiudere centri sociali di destra con mezzo secolo di storia.

 

Il nulla che avanza, quello invocato dalla pessima band Stato Sociale al Sanremo e al Primo Maggio di questo stesso anno. La Milano di Cracco, di Fedez e degli eventi bruttissimi e annunciati rigorosamente in inglese: fashion week, design week, food district

 

 

 

Ho appena intravisto una Milano più affascinante e, credo, migliore. Sono nato tardi, e mi sono mosso ancor dopo, ma ho fatto in tempo a vivere scampoli di una Milano con qualcosa in più, e di meglio, da dire. Non compiango gli anni di piombo: non ne ho il diritto, non avendoli vissuti, e dovendo del rispetto a chi ne è stato investito. Ma il confronto è impietoso.

 

 

 

Imploro il diritto di aggrapparmi a questi squarci di passato. Mi sono accontentato, anni fa, della Celere in Festa del Perdono (si protestava contro la nefanda riforma Gelmini), e della prima grande mostra su Guido Crepax (anticipo di un fastidioso battage pubblicitario, sul modello di quello condotto dai figli di Audrey Hepburn). Per me era un periodo di sbandamento, trovavo una quadra soltanto in questi spiragli di passato, vagando in una Milano grigia, rimasta ferma a pochi decenni prima, ma per me più accogliente dell’oggi. Andavo spesso in viale Abruzzi, a volte per il cinema Plinius altre per la libreria Ritter, riportando il calendario indietro per bloccare il tempo a quando non ero nato.

 

 

 

Ora non mi accontento più di sbirciare quel momento da una finestrella sul passato. Qualche volta, con molto riserbo, mi racconta qualcosa uno zio che è stato vicino ai Katanga (un poco l’ha pagata, e se ne è pentito). Altrimenti ascolto Maurizio Murelli (che ha pagato tantissimo, ma non si è pentito), Marco Valle, Walter Jeder. Sono stato a un comizio in piazza Oberdan: a metà strada fra Ritter e San Babila. Bandiere nere, camionette di polizia, zecche che fotografano col teleobiettivo – lo stato d’assedio descritto a un evento su Sergio Ramelli, con le testimonianze di chi c’era e ha rischiato di finire come lui. Poco prima ero stato a un ricordo di Tomaso Staiti di Cuddia delle Chiuse: sono pentitissimo di non aver fatto in tempo a incontrarlo. Concerti e raduni (non soltanto a Milano: anche a Genova, Verona, Roma, Monza). Ho presentato il libro di Alessandro Alberti, testimone della storia delle radio alternative. Non ho diritto a dire di essere un reduce, ma almeno testimonio questa parte di storia. Mi impegno a conquistare il permesso a tenere una celtica al collo.

 

 

 

Domenica 29 aprile 2018, il corteo per Ramelli-Borsani-Pedenovi è stato ridotto al minimo, su ordine dell’amministrazione di questa Milano passiva-aggressiva, che rifiuta il confronto con chi sostiene un ideale: giusto o sbagliato che sia, la Milano di Sala rifiuta ogni ideale. Avere un ideale è scomodo, obbliga a impegnarsi. Perché impegnarsi quando si può obbedire al mondialismo? Perché schierarsi, quando ci si può rifugiare dietro il santino dell’era post-ideologica?

 

Il corteo però c’è stato: per soffocare un ricordo serve molto più che l’ordinanza di una città senza idee. Sono passati cinquant’anni esatti dal Sessantotto, l’anno della Bestia Trionfante, della pretesa di rendere tutti imbecillemente uguali e assopiti, ma questo mezzo secolo di odio verso chi vive in verticale non è bastato.

 

Non sono bastate le baggianate del pensiero debole, non è bastato il viscidume della Democrazia Cristiana, non è bastata la repressione di stato e nemmeno quella rossa, con le schedature, le fotografie scattate da lontano, le intimidazioni, le liste di proscrizione; non sono bastate le frottole giornalistiche, gli allarmi isterici delle anime belle, le mostrificazioni e gli attacchi di panico, gli indici puntati e i tradimenti, non è bastato l’Osservatorio delle Nuove Destre, non è bastata la circolare antifascista né l’anagrafe antifascista, gli adesivi antifa, le pretese mai mantenute di superiorità culturale e antropologica. Figuriamoci se può bastare un’amministrazione comunale corrotta.

 

Resta ancora molto, di quel movimento. L’erosione causata da quelle che Adinolfi (quello eroico, non il pokerista disagiato che si è rivenduto come predicatore) chiama destre terminali ha soltanto purificato l’area: stiano pure ai loro comodi posti i venduti a Berlusconi, i ragazzini col culto di sbirri come Cossiga e infami come Andreotti, i gasati per Trump, i salviniani, gli sbandati grillini e i filosionisti. Qui si celebra che si è fatto ammazzare sapendo che stava mettendo la testa nella bocca del leone. Qui c’è chi ha affrontato chiavi inglesi e proscrizioni nello stesso momento e nella stessa città in cui lo faceva Ramelli, ragazzino ammazzato per non aver chinato la testa.

 

 

 

Sono in marcia con i camerati lungo viale Argonne, ci stiamo dirigendo verso il Presente davanti alla targa per Sergio. Alla nostra destra la mole sgraziata della basilica minore dei santi Nereo e Achilleo, la chiesaccia ‘900sca che si vede dai treni verso Genova e verso il Sud, e dalla tangenziale, fra le uscite di Lambrate e Forlanini; alla nostra sinistra, palazzoni post-bellici, la cornice che ha avvolto quei fatti. Stesse insegne, stesse portinerie, qualche milanese purosangue che ci guarda dai balconi. Tutt’attorno camionette di polizia, qualche ragazzino millenial che ride perché sfiliamo in righe ordinate. Un cielo pre-temporalesco ancora aperto, quando sono in Lombardia e guardo verso Est penso sempre che là c’è Venezia. Non è una cornice bella, ma la adoro, è pittoresca, è sublime. Milano è stata questa, Milano dovrebbe essere questa. Siamo qui per ricordare, la Fiamma va tenuta accesa, stando in piedi fra le rovine.

 

Milano immensa e nera.

 

 

 

Tommaso de Brabant

 

venerdì 11 maggio 2018

 

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