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Lo stupendo vivere in un mondo di morti

Azione Studentesca ha tenuto, fra sabato 17 e domenica 18, un raduno di due giorni presso Casaggì, il più noto tra i centri sociali della destra giovanile italiana.

 

 

 

Casaggì ha sede in un ampio scantinato in via Frusa, a pochi metri dallo stadio Franchi, nella zona della stazione Campo di Marte.

 

La due giorni si è svolta in una Firenze ancora resa isterica da chi, non accontentandosi della campagna elettorale più tesa e patetica della storia italiana, ha sfruttato l’omicidio di Idy Diene per urlare (ancora) all’emergenza fascista (nonostante le elezioni abbiano confermato un dato di fatto già ovvio, ossia: che questa non sussiste), senza curarsi del fatto che non si è trattato dello sbandierato omicidio a sfondo razziale, dal momento che l’uccisore (con simpatie di estrema sinistra) ha sparato in quanto squilibrato.

 

Così è stato organizzato un corteo dai propositi dichiaratamente ostili nei confronti del raduno di Azione Studentesca; e la stessa amministrazione comunale che ha solidarizzato con lo squadrone senegalese che pochi giorni prima ha sfilato, a scopo intimidatorio, nei viali del centro (e sputato in faccia al sindaco – il tutto impunemente), ha trovato opportuno lasciare che i comitati antifa marciassero a pochi metri da Casaggì.

 

I centri sociali hanno però deluso le aspettative del comune: si sono presentati in pochi e si sono lasciati addomesticare dalla celere, formando un corteo ridotto e mesto.

 

 

 

Sabato pomeriggio, Marco Scatarzi (fresco autore di Essere comunità) e Maurizio Rossi (storico militante, e autore di varie pubblicazioni) hanno parlato per quasi due ore della Battaglia identitaria contro lo sradicamento.

 

Due interventi angoscianti, dal ritmo serrato, volti a richiamare l’attenzione sull’emergenza più grave dell’Occidente europeo: la pretesa mondialista di cancellare le origini, perché una persona senza radici né memoria è più facile da controllare. L’arma più letale con cui è condotta questa operazione di distruzione è anche la più recente: l’immigrazione selvaggia, sfrenata, pianificata nelle sue dimensioni esagerate e devastanti. Ma la cittadella europea ha ancora i suoi testimoni – i ragazzi che non si fanno comprare dai mercanti di distrazioni, dagli spacciatori, dai propugnatori del meticciato; i ragazzi che hanno coscienza di un passato troppo prezioso, e ne hanno del sacrificio di chi per quel passato si è sacrificato: e questo sacrificio non può essere gettato nel dimenticatoio da chi preferisce le scorciatoie, la via più facile del cosmopolitismo d’accatto, del nulla culturale che divora le nuove generazioni occidentali.

 

 

 

La cena, aperta da un brindisi emozionante perché comunitario – con la formula, ben scandita, In alto sono i cuori / I cuori sono in alto – è stata seguita da un divertente, fin troppo animato concerto, per una voce e due chitarre acustiche, con canzoni del repertorio d’aria – la conclusione ha visto lo scrivente cimentarsi in una indegna versione di Amici del Vento.

 

 

 

Domenica mattina è stata la volta della grande assemblea, condotta da Anthony La Mantia, di Azione Studentesca.

 

È stata rimarcata la dimensione più importante della militanza a destra: l’essere comunità, quando anche questo significhi una sconfitta sicura, quando anche significhi dover fare sacrifici. Anzi, forse proprio per questo.

 

Si è parlato anche di quel che fin dai tempi del Fronte della Gioventù è un grave problema per la destra giovanile: l’incapacità da parte del partito di offrire un dialogo. Allora il Movimento Sociale Italiano, oggi Fratelli d’Italia. Allora con conseguenze peggiori, perché più forte era la tensione; oggi con premesse più aspre, perché ancor più netta è la chiusura da parte di un partito completamente azzerato sul piano culturale e ancor più deciso a rinnegare i contatti con la destra radicale.

 

 

 

I ragazzi che fanno politica, i ragazzi che si schierano, i ragazzi che fanno fronte, danno fastidio e fanno paura alla loro generazione, perché ricordano loro l’importanza di un concetto che il mondialismo ha gran cura di tenere nel disdegno generale: l’impegno.

 

 

 

Quelli che non lottano perché non credono in niente, e non credono in niente perché credere sarebbe impegnativo, che rifuggono le relazioni sentimentali perché glielo ha ordinato l’Huffington Post, che annuiscono pavlovianamente ogni volta che Emma Watson e Beyoncé ripetono il solito paio di banalità, che votano i mercanti di Nulla in cambio della infame promessa di legalizzare le droghe cosiddette leggere (sola causa che, via social network perché scendere per strada è pericoloso, perseguano, assieme a quella dei diritti LGBT – aggiungendo ogni tanto qualche consonante), gli snowflake smidollati e compiaciuti di essere delicatini suscettibili isterici, gli erasmus che tramite hashtag esortano gli ignorantoni colpevoli di essere diversi da loro a leggere come se loro stessi lo facessero, i nullapensanti che trovano i propri alfieri nello Stato Sociale, la pessima band parolacciara che va a Sanremo a rivendicare spazio per le nuove generazioni in forza del solo dato anagrafico (insomma: razzismo generazionale e aprioristico), al di là dell’aver o meno (e non lo si ha) nulla da proporre, a parte qualche piattissima volgarità. Il nuovo che pretende spazio in quanto nuovo: non in quanto bello (perché non lo è), non in quanto forte (perché non lo è), non in quanto propositivo (perché non lo è).

 

I grigi, gli inerti, gli sdraiati (che restano orizzontali, nonostante una persona sia tale soltanto quando riesca almeno a essere verticale) sono sgomenti, quando vedono dei ragazzi che si impegnano.

 

In ultima istanza: gli intolleranti, che danno in crisi isteriche quando scoprano qualcuno diverso da loro – così precisi nell’attenersi alle disposizioni mondialiste su come essere, interiormente ed esteriormente, negli atteggiamenti, nella mentalità, nel modo di presentarsi e quel che più conta, nei consumi.

 

Un anello per ghermirli, e nel buio incatenarli. I nipoti dei ‘68ini, più schiavi e inquadrati dei loro predecessori.

 

 

 

Li destabilizza, questo memento delle loro inadempienze. Li sconforta, il confronto con chi fa quel che non fanno loro: impegnarsi. Li rifiutano, non hanno la minima intenzione di guardare al di là del proprio recinto. Li si lasci ai loro spassi, li pretendono: ne hanno diritto – così come ne hanno di parlare sempre e solo di diritti (più o meno legittimi), e mai di doveri.

 

Dà loro un complesso di inferiorità, e questo, per una generazione autoreferenziale e vanitosa, è inaccettabile. La generazione che non rifiuta di guardare in verticale e rifiuta che esista qualcuno di diverso.

 

 

 

Non per nulla uno striscione di Casaggì riporta il motto: lo stupendo vivere in un mondo di morti.

 

Marinai in un mondo di naufragi.

 

 

 

Tommaso de Brabant, marzo 2018

 

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