· 

I giardini di marzo si vestono di nuovi colori

Un paio di settimane prima delle elezioni, la Domus Orobica ha ospitato tre esponenti di partiti di destra/centrodestra: Giovanni Malanchini per la Lega Nord, Andrea Tremaglia per Fratelli d’Italia, e Daniele Contucci per Casa Pound.

 

I centri sociali bergamaschi hanno osteggiato l’evento, lanciando minacce su internet, coprendo il cancello domusiano di adesivi e improvvisando un corteo con una cinquantina di partecipanti, i quali hanno trascorso una piccola frazione della serata a lanciare fumogeni e i soliti cori ostili.

 

Un riassunto dell’ultima campagna elettorale, accompagnata dallo spauracchio di una avanzata fascista che, a conti fatti, è stata lontanissima dal realizzarsi. Campagna elettorale della quale è stato più volte rimarcato lo squallore; a riflettere su quanto successo sembra plausibile sostenere che si sia fatta confusione tra causa ed effetto. Perché l’onda nera che avrebbe scosso gli animi sino a scatenare una reazione generale angosciata, ed episodi singoli di violenza anche efferata, non può aver causato tanto subbuglio; a meno di voler considerare giustificato l’allarme per due partiti – Casa Pound e Italia agli Italiani (la seconda, unione di Fiamma Tricolore e Forza Nuova) – che, sommati, non hanno raggiunto il punto percentuale e mezzo.

 

 

 

Chi ha voluto agitare questo spauracchio ha dimostrato per l’ennesima volta di non aver capito, o di aver rifiutato di capire, una situazione politica pure abbastanza limpida.

 

Attribuire il trionfo devastante del Movimento 5 Stelle (32,5%, a fronte di previsioni che lo davano poco sotto il 30) alla promessa del reddito di cittadinanza è forse una lettura troppo semplice, e un pochetto razzista nei confronti del Mezzogiorno italiano.

 

È invece sin troppo ovvio che il centrodestra abbia tratto vantaggio da almeno tre fattori: l’inesistenza di un partito di sinistra forte, perché il Partito Democratico è soltanto una replica di Forza Italia, e ha la grave colpa di aver messo in minoranza la sinistra al proprio interno; gli scandali, la cui gravità è stata comunque sottovalutata, delle clientele della cerchia di potere gravitante attorno alla famiglia Boschi; e la terrificante emergenza migratoria.

 

Il PD non ha capito che su quest’ultimo argomento stava lasciando al centrodestra non fette, ma torte di elettorato. Ha poi mancato di rivolgersi a un elettorato popolare. Quanto successo, per esempio, a Milano dimostra quanto sia fallace la semplificazione propalata dal pessimo Norberto Bobbio nei manuali diffusi tra le scuole italiane: la destra, i conservatori arroccati in difesa di pochi, e la sinistra, i progressisti impegnati nell’emancipazione dei molti. Perché a Milano il PD ha avuto risultati buoni nei collegi del ricchissimo, privilegiatissimo centro, e il centrodestra ha prevalso nelle squallide, svantaggiate periferie.

 

Facendo un discorso più ampio di quello del PD: tutta la sinistra, con l’eccezione di Marco Rizzo, un politico comunque più acuto della media, non ha capito che insultare chi ha altre opinioni, mettendosi sul piedistallo di una presunta superiorità culturale, non premia. Non lo ha capito dopo la Brexit, quando tutta l’area si è lamentata della scarsa capacità di comprendonio dei miserabili contadini che hanno votato per l’uscita dall’Unione Europea. Non lo ha capito dopo la sconfitta di Hillary Clinton, dopo mesi a coprire di insulti l’elettorato del cafonissimo Donald Trump.

 

Le lezioni non sono bastate, e anche in vista di questa occasione pletore di professoroni sono saliti sul pulpito delle loro vastissime e approfonditissime letture per dare contro a quei buzzurri che proprio non capiscono che vivere in periferie devastate dall’immigrazione non dà loro il diritto a lamentarsi.

 

 

 

Li ringrazia Salvini, che resta uno dei candidati meno convincenti di sempre.

 

Li ringrazia la Meloni, che ha registrato un risultato più che dignitoso, nonostante i suoi strenui tentativi di azzerare il consenso del proprio partito, ingaggiando una lite patetica con l’indegno direttore del Museo Egizio di Torino (e riuscendo a perderla), o lasciando che i suoi gregari meno presentabili di tanto in tanto insultassero Casa Pound.

 

Li ringrazia Di Maio, che col suo curriculum vitae nullo, le sue indecisioni, i suoi ammiccamenti in ogni direzione si trova a capo del maggior partito italiano.

 

Partito che è anche quello meno serio e preparato, ma non ci sono alternative.

 

 

 

I risvolti buoni non sono comunque mancati.

 

L’annunciato tracollo del Partito Democratico renziano è stato peggiore del previsto, per quanto il caro leader si ostini a non riconoscersi la minima responsabilità. La sinistra italiana adesso, a meno di un fragile inciucio con i 5 Stelle, è in posizione peggio che marginale: la rappresentanza alle camere è minuscola. Sarebbe bello se ci fosse una sinistra italiana: purtroppo il partito cui va riconosciuto di essere la sola alternativa al nulla renziano, Liberi e Uguali, nonostante le ottime intenzioni di Paolo Grasso non ha l’organizzazione né la serietà per ottenere un consenso vasto.

 

In particolare, il PD ha avuto un serio smacco alle regionali lombarde, dove Attilio Fontana, candidato che ha puntato non su carisma e spettacolarità, ma sulla serietà, ha rifilato un severo 49% - 29% a Giorgio Gori, il più brutto trait d’union fra berlusconismo e renzismo, che dopo aver abbandonato il municipio di Bergamo per inseguire una carica più importante si è fatto forte dell’essere immanicatissimo uomo di potere e dall’alto della tracotanza che ciò gli avrebbe garantito, ha imbastita una imbarazzante campagna elettorale, fatta di proclami tronfi e scortesie rivolte al ben più signorile avversario.

 

Un’altra graditissima notizia è stato il risultato sotto le aspettative di Forza Italia. Perché criticare i 5 Stelle che si fanno guidare da un personaggio che non si candida, quando il proprio leader non può candidarsi per questioni legali? Si resta in attesa che finisca la sciagurata era del berlusconismo.

 

Seppur guastata dal recupero di alcuni esponenti col il collegio uninominale, l’esito più gradito di questa tornata elettorale può ben essere il fiasco di +Europa, la brancaleonesca alleanza tra radicali e democristiani. Una lista ammessa alle elezioni grazie al ricatto della Bonino: o mi fate salire in carrozza anche se non ho le firme, o vi faccio perdere voti, con un Tabacci per tutte le stagioni a sacrificarsi per accompagnarla. Un partito che ha comprato il consenso dei giovani più stupidi regalando droga nei gazebo, come già faceva il compianto (perché?) Pannella. Una capolista che si è vantata in piena campagna elettorale di aver spalancato all’invasione africana la porta per dilagare in Italia, in cambio di favori economici che l’Unione Europea avrebbe garantito all’Italia. L’elezione di Emma Bonino, un’ottima candidata al titolo di peggior politico della storia repubblicana, nel collegio di Roma1 rovina l’esultanza per il pessimo risultato del suo partito, che col 2,5% è rimasto sotto la soglia di sbarramento.

 

 

 

La Bonino si è spesso compiaciuta di affermare che i giovani italiani avrebbero votato per lei. Così è stato, il suo consenso è stato per lo più giovanile. L’hanno votata gli studenti universitari incolti, quelli sempre attaccati allo smartphone, che lanciano hashtag come #UnLibroAlGiornoToglieSalviniDiTorno, salvo non leggerne nemmeno uno all’anno, quelli che credono alla favola bella europeista, non hanno altro mito al di fuori dell’Erasmus e ritengono che strillare per il capriccio della legalizzazione delle droghe sia lottare. Uno stereotipo? Sì che lo è, infatti sono i ragazzi più irreggimentati, più obbedienti, burattini che agiscono per reazioni pavloviane. Le creature di Severgnini (frequentatore di tavolate sorosiane e bilderberghiane come la Bonino): i parlanti in inglese (scadente), perché imparano a farsi colonizzare; così gettano alle ortiche identità nazionali e storiche – lo dice bene Tolkien: un uomo senza memoria è più facile da controllare – come religiose, perché un uomo senza Dio crederà soltanto ai propri capricci. I disinformati che pestano i piedi per la Brexit, perché così è stato loro negato il diritto di ammazzarsi di sballo a Londra e allora danno degli ignoranti a quei poveracci di lavoratori inglesi che l’hanno votata. I delicatini col culto dell’accoglienza, che mica sanno cosa significa fare il pendolare nelle stazioni infestate dai fratelli migranti col coltello facile, tanto loro in università vanno con l’automobile regalata da mamma e papà, e fanno tardi solo per andare in discoteca.

 

 

 

Appunto perché c’è questa emergenza giovanile, che bisogna tenersi cari ragazzi come quelli di Casa Pound. Saranno additati dalla stampa prona al pensiero unico come cattivoni fascisti, brutali picchiatori che guarda un po’ reagiscono soltanto se aggrediti, teste vuote che però leggono Mishima, D’Annunzio, Drieu la Rochelle e Junger. Ragazzi che credono in qualcosa e sono disposti a lottare per una missione, disposti a faticare, allenarsi, fare rinunce, tenere caro un impegno. Ragazzi che, e questo è l’incredibile, tengono fede al valore più sacro: il cameratismo, e se la parola fa paura possiamo dire: l’amicizia.

 

Teniamoceli cari, sono l’alternativa più bella ai loro coetanei che parlano tutto il giorno di diritti e hanno un attacco di panico se si parla loro di doveri; che non hanno un orizzonte culturale che vada al di là dei proclami della Hollywood più radical e meno affascinante di sempre; che crepano di noia, lottano soltanto contro chi sia diverso da loro mettendolo fuorigioco, e obbediscono agli ordini dell’Huffington Post: disgregare, disgregare, disgregare. Il passato, l’identità, la memoria, le relazioni.

 

Era prevedibile che Casa Pound non arrivasse alla soglia di sbarramento, ma si pronosticava un risultato incoraggiante. L’1% scarso non lo è, ma può essere un invito a lasciare da parte la politica parlamentare, per concentrarsi sulla vita di comunità. Queste elezioni possono essere il punto di partenza per una nuova gioventù: identitaria, comunitaria, valoriale.

 

 

 

Tommaso de Brabant per Domus Orobica

 

Scrivi commento

Commenti: 0